“Tu non sei invitata”

“Tu non sei invitata”

“Tu non sei invitata”.

È questa la frase crudele che Cenerentola deve incassare dalla matrigna e le sorellastre, mentre loro invece si agghindano per il Gran Ballo.

Psiche è impotente davanti al suo amato Eros che la pianta in asso nel cuore della notte, volando lontano da lei alla velocità della luce, proprio quando la ragazza si scopre innamorata e vulnerabile.

“Tu non sei mio figlio”: così Hiccup, il gracile ragazzino “per niente vichingo” protagonista di Dragon Trainer, viene disconosciuto dal padre che, di contro, ovviamente è il capo del villaggio.

E ancora.

Tutte le belle principesse rinchiuse nella torre, da Raperonzolo a Fiorina dell’Uccello Turchino.

Simba, il figlio del Re Leone, che si sente colpevole e attraversa il deserto, in lugubre esilio.

Antigone, l’unica che lotta per dare una sepoltura dignitosa al fratello.

Pollicino, Hansel e Gretel e tutti i figliastri lasciati nel bosco, esposti come Edipo, come Atalanta.

O scaraventati giù dall’Olimpo, come Efesto.

Il dramma del bullismo, della calunnia, dei senza tetto, di tutti quelli con i documenti giusti contro tutti quelli con i documenti sbagliati o -pena la morte- addirittura senza documenti.

Il TEMA di fondo di tutte queste storie archetipiche è quello che forse è la fonte di sofferenza più grande di tutto il genere umano: il CONFLITTO di SEPARAZIONE.

Il dramma delle pecore nere, dell’isolamento, dei reietti, di chi viene escluso dalla tribù, bannato, linciato.

Di chi, in qualche modo, capisce -o gli viene fatto capire- di non andare bene, anzi, che si sta meglio senza di lui.

Che poi, siccome l’universo è frattalico, la separazione dal mondo esterno avviene mentre noi stessi siamo separati da parti di noi, da quelle zone d’ombra a cui non sappiamo neppure dare un nome.

Da certe tristezze, certi complessi, certe indegnità, difetti, autosabotaggi, da quell’andirivieni di piccole e grandi meschinità che ci contraddistinguono, come tutti gli esseri umani.

Che di certo non vogliamo ammettere a noi stessi, né vogliamo invitare alla nostra festa a palazzo.

Contemplare lo Spirito di Natura è una delle grandi medicine che cura il conflitto di separazione.

La connessione tra tutti gli esseri è una consapevolezza che, calma e lenta, sale alla coscienza, uscita dopo uscita. Basta che sia nel bosco, in montagna, facendo snorkeling o in qualsiasi altro ambiente incontaminato.

Studiare il mondo dei funghi, delle radici, le aquile e i vermi, le balene, le mante, gli insetti intorno ai fiori di lavanda, ci ispira e ci guarisce, però anche ci spiazza, e a volte non basta.

Perché della Natura ne siamo parte eppure non ne siamo parte. Oscilliamo tra queste due polarità: siamo spettatori, pieni di macchine fotografiche e telecamere; siamo partecipi, eppure non ci sentiamo del tutto inclusi.

Alcuni ce l’hanno a morte col genere umano. Si leggono spesso frasi tipo: “la natura non ha bisogno di noi”, “il pianeta vivrebbe meglio senza gli esseri umani”, “a cosa serviamo, creiamo solo danni”.

In queste parole, il conflitto di separazione è potente.

Anche se qualcuno cantava: “Siamo noi, siamo noi, a far bella la luna”.

Nel libro “A monastery within”, un ingegnere dal cuore arido, dalla depressione secca, solo e afflitto, che non riesce trovare nessun senso del vivere, si “ricovera” in un monastero, dove la Badessa inizia a fargli da guida, da insegnante. Ma dopo mesi e mesi di meditazioni, l’infelicità dell’ingegnere è sempre sconfinata.

Così la Badessa gli dice che per due anni, ogni giorno, l’uomo dovrà lavorare in un reparto di neonatologia, e tenere in braccio i bambini prematuri che, si sa, crescono e recuperano peso più in fretta se ricevono contatto fisico.

Solo dopo questi due anni potrà tornare al monastero e ricevere nuovi insegnamenti.

Il simile cura il simile: chi ha bisogno di contatto curi chi ha bisogno di contatto.

È La PELLE il nostro grande organo che parla di tutto questo.

Chi era afflitto da eczemi, psoriasi, vitiligine, lebbra, ittiosi, non poteva entrare nel tempio: il tema dell’esclusione e dell’impurità si fa qui simbolicamente potente.

Eppure i grandi sacerdoti uscivano sulla porta del tempio e lì applicavano alcune gocce di OLIO DI ISSOPO sull’orecchio destro, sul pollice destro e sull’alluce destro del malato, i punti corrispondenti alla respirazione.

I grandi sacerdoti curavano il RESPIRO per curare la PELLE.

Il respiro, l’atto che ci fa entrare in connessione e nello scambio profondo con tutto il resto del mondo, quando la pelle ha disimparato a farlo.

Quanto bisogno abbiamo di parlare di tutto questo.

Di tornare a parlarne in cerchio, davanti al fuoco, tra noi e con altri ancora, includendoci sempre e non separandoci mai, che non sia per brevi e volontari momenti.

Oggi così,

cari Amici ErboNarranti,

sarà il the day after San Valentino,

sarà il bisogno che si “respira” ovunque.

Ma che oggi la parola d’ordine sia:

Insieme.

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