Succo di Piantaggine per Ricucire gli Strappi

Succo di Piantaggine per Ricucire gli Strappi

C’era una volta una giovane donna che non seppe resistere alla tentazione e mangiò troppo prezzemolo dall’orto di una strega. La strega naturalmente se ne accorse e da lì, la punizione, terribile.

Ma non immediata.

Questo incipit, identico a quello di Prezzemolina e di Raperonzolo, a quello del Paradiso Terrestre, a quello di Pandora, a quello di tutte le storie che iniziano con l’infrazione di un divieto, vede questo lancio di maledizioni che, nel mondo delle fiabe, sembrano spesso preferire il sistema a rilascio modificato, programmato.

Quando nascerà il figliolo di questa giovane mammina ingorda, sarà solo in corrispondenza del settimo compleanno che avverrà la drammatica conseguenza: una metà del bambino potrà rimanere a sua madre, ma l’altra metà – tagliata a filo, in verticale – apparterrà, da quel momento, alla strega malvagia.

Al fine di saldare quel debito prezzemolato.

La fiaba, riportata in Fiabe Italiane di Calvino, si intitola Il Dimezzato, ed è indubbiamente uno dei racconti più scioccanti, potenti e sciamanici che esistano. Non tanto per lo smembramento, non tanto per il venire segati a metà, che pure ritroviamo in molte altre storie (nella stessa raccolta, ad esempio, compare anche nella fiaba de I tre cani), quanto per il Viaggio dell’Eroe che, passivo, rassegnato e fintamente indifferente in tutta la prima parte della sua vita, pare adattarsi senza problemi a questa condizione monca:

Eccolo, il Mezzo, che se ne andava in giro con la sua scarpetta sola sola, con il suo cappello a metà, con la sua giacchetta monomanica, saltellando sul suo unico piede e sorridendo per quel che riusciva”.

Quanto ci parla, quanto potere di risveglio hanno fiabe come questa: qui non siamo nella metà platonica della mela, nella ricerca adolescenziale del sogno romantico e dell’intero, solo ed esclusivamente attraverso l’altro.

La maledizione della strega è più infera, più subdola: il Mezzo non riesce a contattare metà della sua psiche perché inconscia, perché legata a memorie che fanno sì parte della sua storia, ma di quella parte che riguarda le radici e non il frutto, la storia di quando lui non esisteva ancora.

Eppure, un’anguillina magica arriverà un giorno nella sua rete da pesca, supplicandolo di ributtarla in mare. La mano del Mezzo ubbidirà e riparerà l’avidità della madre con il rilascio negli oceani karmici di ciò che, in quell’istante di restituzione, viene percepito come “in più”.

Sarà da quel momento in poi, che la maledizione inizierà a sciogliersi.

Ma non per magia: ogni evento vissuto dal Mezzo sarà una chiamata della sorte.

Forte e chiara.

Anguille che vanno e vengono, principesse irrispettose, viaggi per mare, lacrime, tanta di quell’acqua indispensabile per portare il Mezzo all’ancoraggio a sé stesso. A terra, alla concretezza.

È la Piantaggine (Plantago major, Plantago lanceolata), l’erba dei Pellegrini, pianta sobria, generosa che, come il Dimezzato, più la tagli e più si rinforza, è lei che può e sa raccontarci storie come questa.

Cicatrizzante delle ferite, eccezionale per i piedi, legata all’elemento acqua (non a caso, il suo sapore sa di fungo), migliore amica della Malva e perfetta negli sciroppi per la tosse.

A livello sottile, la Piantaggine permette di DESTRUTTURARE i vecchi schemi, di andare avanti, per poi renderci conto, senza neppure averci fatto troppo caso, che i piedi sono diventati due.

Tutti e due nel presente, in quell’ancoraggio alla vita che finalmente, e indiscutibilmente, adesso non appartiene più ad anziane madri, a streghe del bosco, a mille nodi, agli ex, ai datori di lavoro, ai figli, ai debiti da saldare, ma neppure all’energia ostinata dei crediti da riscuotere.

Adesso, e forse già da un pochino, è diventata davvero nostra.

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